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chi difende il neo-liberismo spinto? Monti?

Immagine anteprima YouTubeCerto è che sentire parlare Monti di una crisi necessaria alla crescita in questo periodo dove è ormai evidente una crisi sistemica che con dati di realtà dichiara il fallimento del neo-liberismo e del capitalismo fa un certo effetto, ma per valutare un altra prospettiva vi propongo un articolo di Michel Husson, lui scrive…L’affondare nella crisi è oggi manifesto. Il termine crisi è un po’ inflazionato e occorre qui distinguere tre tipi di crisi che ricorrono nel capitalismo: crisi periodiche, crisi di regolazione e crisi sistemica. La crisi attuale è evidentemente diversa da una crisi periodica: è evidentemente una crisi di regolazione, in altri termini una crisi della forma neoliberista del capitalismo. Ma questa crisi è abbastanza profonda da contenere gli elementi di una crisi sistemica.Il tempo lungo del capitale Parlare di crisi di regolazione è per facilità, ma non implica alcuna adesione alla teoria della regolazione, e comunque non alle sue implicazioni «armonicistiche».Sarebbe meglio parlare di crisi dell’«ordine produttivo» neoliberista, per riprendere il termine da Dockès e Rosier.2 Il concetto di base è che il capitalismo ridefinisce periodicamente un modo di funzionamento specifico, che deve rispondere a un certo numero di contraddizioni che si trova di fronte in permanenza ma che «gestisce» in modo diverso. L’idea essenziale è che il capitalismo ha una storia: i suoi meccanismi profondi sono immutabili ma il suo modo di funzionamento differisce da un periodo all’altro e anche da un paese all’altro. La constatazione non è nuova e si deve a Kondratiev l’individuazione di periodi storici da lui designati con il temine improprio di «cicli lunghi», che suggerisce a torto un’automaticità simile a quella che sottende la dinamica dei cicli brevi. Trockij condivideva questa osservazione al di là delle critiche che rivolgeva a Kondratiev. In un articolo del 1923, egli scriveva: «Nella storia, i cicli omogenei si raggruppano in serie. Durante periodi interi di sviluppo capitalista, i cicli si caratterizzano per boom netti e delimitati e crisi brevi e di ampiezza limitata. Ne risulta un movimento bruscamente ascendente della curva di sviluppo capitalista. I periodi di stagnazione si caratterizzano per una curva che, pur conoscendo oscillazioni cicliche parziali, si mantiene allo stesso livello approssimativo per decenni».3

Lo studio di questi periodi storici ha dato luogo a una linea di ricerche,4 tra le quali si può citare la teoria delle onde lunghe di Mandel.5 Mandel distingue fasi espansive e fasi recessive che scandiscono la storia lunga del capitalismo. Ma non si tratta di cicli, a causa di un’asimmetria essenziale: il passaggio da una fase recessiva a una fase espansiva suppone un rimaneggiamento profondo del capitalismo che non è incorporato al suo funzionamento normale e dipende dunque da fattori «esogeni». Al contrario, l’esaurimento delle fonti dell’espansione risulta dalle contraddizioni interne o «endogene» del capitalismo, che finiscono per fare crollare gli arrangiamenti che hanno permesso di contenerne gli effetti per un certo tempo. Questa griglia di lettura, riassunta brevemente,porta a distinguere due periodi nel capitalismo del dopoguerra. Il primo va dalla fine dell’ultima guerra mondiale alla svolta degli anni 1980. Trenta gloriosi, fordismo, età dell’oro, il nome poco importa. Importante è capire che il capitalismo disponeva, in questo periodo, di una coerenza molto diversa dal periodo seguente, quello del capitalismo neoliberista. Non si tratta di idealizzare i «Trenta gloriosi» ma di capire le specificità del capitalismo in ciascuno di questi periodi.

 

Si può evidentemente discutere il termine di coerenza. Vuole semplicemente dire che per funzionare, il capitalismo deve rispondere a un certo numero di domande che gli sono poste in permanenza. Le risposte possono differire ma devono in ogni caso essere coerenti tra loro, fare sistema. L’insieme di questi dispositivi definisce un «modello»di capitalismo in quanto non possono essere cambiati da un giorno all’altro. Quando si rompono, si può parlare di crisi di regolazione.

Ogni fase del capitalismo può dunque essere definita a partire da queste quattro dimensioni: regime di accumulazione; paradigma tecnologico; regolazione sociale; divisione internazionale del lavoro. Le si possono riassumere a grandi linee. Il regime di accumulazione definisce il modo in cui si combinano la produzione e gli sbocchi. Dal lato della produzione, la crescita e quindi l’accumulazione saranno più o meno intense secondo che si basano o meno su forti aumenti di produttività. Dal lato degli sbocchi sono possibili due casi opposti: un consumo di massa tirato dalla progressione dei salari o una ripartizione ineguale dei redditi. La nozione di regime di accumulazione raggruppa anche le regole del gioco tra capitalisti, in particolare le modalità della concorrenza e i rapporti tra capitale bancario e capitale industriale e tra azionisti e gestori. Su tutti questi aspetti si potrebbero immaginare molteplici combinazioni, ma non sono tutte possibili: esse devono, ancora una volta, formare un insieme coerente.

Il paradigma tecnologico descrive le relazioni tra i modi di produrre e le tecniche disponibili. A ogni grande periodo del capitalismo corrisponde un insieme di innovazioni che si diffondono nell’insieme dell’economia. Ma le innovazioni tecnologiche non sono sufficienti. La regolazione sociale ingloba tutto quanto concerne il rapporto salariale, vale a dire l’organizzazione del lavoro sui luoghi di produzione, il diritto del lavoro e lo Stato sociale nelle sue funzioni di fornire redditi supplementari e servizi collettivi. Per il capitalismo si tratta di garantire la sottomissione dei salariati e allo stesso tempo di fare poggiare l’ordine sociale ed economico su forme di legittimità.

La divisione internazionale del lavoro corrisponde all’organizzazione dell’economia mondiale e dice come ciascun paese si inserisce nel mercato mondiale e entra in relazione con gli altri paesi. Questa nozione ricopre diverse domande: chi fornisce le materie prime, chi produce i beni industriali più rifiniti? Quali sono le monete accettate universalmente come strumento di pagamento e di riserva? Come si orientano gli investimenti e i flussi finanziari internazionali? Le risposte a queste domande definiscono la gerarchia delle potenze secondo criteri che non sono strettamente economici: il mondo capitalista è stato in ogni tempo strutturato in funzione dei rapporti di forza politici e militari.

Se si applica questo schema di analisi al capitalismo contemporaneo, è possibile opporre sommariamente il «fordismo» dei Trenta gloriosi ai tre decenni liberisti (tabella 1).

Tabella 1

Fordismo e neoliberismo

 

Capitalismo fordista  1945- 1975 Capitalismo neoliberista           1980 – 2010
Regime di accumulazione Fordismo Finanziarizzazione
Paradigma tecnologico Taylorismo Tecnologia informatica
Regolazione sociale Compromesso sociale Flessibilità
Divisione internazionale del lavoro Internazionalizzazione Mondializzazione

 

 

Le curve del capitalismo contemporaneo

Nella parte che segue, ci si propone di utilizzare un metodo che si potrebbe qualificare come «spettrografico», consistente nel caratterizzare i grandi periodi per mezzo di una batteria di indicatori 6 dai quali si ricava un indicatore sintetico che ne è semplicemente la media aritmetica. Si può fin d’ora costatare che questo indicatore è in fase con il tasso di profitto (grafico 1).

Fino alla metà degli anni 1980 (capitalismo fordista), l’indicatore sintetico è press’a poco piatto, il che illustra il carattere relativamente regolato del capitalismo in questo periodo. Ma il tasso di profitto 7 inizia a diminuire per gradi: dal 1967 negli Stati Uniti, poi nell’insieme dei grandi paesi capitalisti con le recessioni generalizzate del 1974-1975 e 1980-1982. Si produce allora la «grande svolta» che darà vita al capitalismo neoliberista. Si apre allora un nuovo periodo, segnato dal ristabilimento del tasso di profitto, malgrado forti fluttuazioni che corrispondono alle recessioni, in particolare quelle del 1991-1993 e del 2000-2002.

Il recupero del tasso di profitto si accompagna a una decisa accentuazione nell’evoluzione dell’indicatore sintetico: da press’a poco costante si mette ad aumentare in modo quasi esponenziale. La nostra analisi consiste nel dire che tale aumento traduce le trasformazioni del capitalismo che sono state necessarie al ristabilimento del tasso di profitto. Questa tesi ammette un corollario importante: non si può modificare il modo di funzionamento del capitalismo neoliberista senza fare diminuire il tasso di profitto.

 

Grafico 1

Indicatore sintetico e tasso di profitto 

 

 

Prima di esaminare le singole componenti dell’indicatore sintetico, conviene esaminare l’evoluzione della produttività su scala mondiale poiché è l’elemento essenziale del dinamismo del capitalismo. 8

La prima constatazione è che la produttività misurata in tal modo tende a diminuire durante il periodo fordista, secondo una traiettoria simile a quella del tasso di profitto (grafico 2). Questa correlazione illustra un tratto essenziale del capitalismo: la produttività del lavoro è in qualche modo il «supporto» sul quale si può costruire una dinamica positiva del tasso di profitto L’esaurimento degli aumenti di produttività è una delle cause maggiori dell’entrata in crisi del capitalismo fordista.

 

Grafico 2 

Tasso di crescita del PIL per abitante 1960 – 2008

 

La seconda constatazione è che il tasso di profitto si ristabilisce durante il periodo neoliberista, malgrado aumenti di produttività che restano a un livello relativamente basso rispetto alla fase fordista ma conformi alla media di lungo periodo. Ciò vuol dire che il capitalismo ha trovato fonti di sostegno del profitto diverse dagli eccezionali aumenti di produttività del periodo fordista, che da questo punto di vista appare come una parentesi.

Ma c’è ancora una terza constatazione che modifica il quadro d’insieme. Da una buona decina di anni, vediamo manifestarsi l’«effetto boomerang» della mondializzazione. Gli aumenti di produttività crollano nei vecchi paesi capitalisti, Europa e Stati Uniti, ma sono orientati in maniera spettacolare al rialzo nel resto del mondo. Questo grande ribaltamento del mondo significa che le fonti di dinamismo del capitalismo si trovano ora nei paesi cosiddetti emergenti. È una caratteristica, che ci limitiamo qui a segnalare, che pesa sulle condizioni del dopo crisi e dovrebbe condurre a nuove teorizzazioni dell’economia mondiale.

Bisogna ora esaminare singolarmente le variabili che compongono il nostro indicatore sintetico. Il punto importante da segnalare subito è che le diverse «curve» non salgono insieme per caso, ma che il movimento generale traduce i rapporti interni che sottendono la coerenza instabile del capitalismo neoliberista. La griglia di lettura generale potrebbe dunque essere la seguente: non potendo tutte le curve salire indefinitamente, il capitalismo neoliberista non poteva riprodursi in modo durevole. Ma, allo stesso tempo, la sua logica d’insieme rendeva necessaria questa progressione senza fine. Il fatto che le «curve» del capitalismo neoliberista siano venute a scontrarsi con una specie di tetto, scatenando in tal modo la crisi, equivale dunque a una crisi profonda di questa configurazione del capitalismo.

 

Ripartizione del valore aggiunto e realizzazione

Il punto di partenza dello studio delle curve è la ripartizione salari-profitto. In quanto gli aumenti di produttività non ritrovano il loro livello del periodo fordista, il principale mezzo per ristabilire il tasso di profitto è una diminuzione della parte dei salari – in altri termini un aumento del tasso di sfruttamento – e dunque un aumento della parte dei profitti nel valore aggiunto. Ed è esattamente quello che succede a partire dalla metà degli anni 1980 (Vedi l’indicatore Parte dei profitti del grafico 3).

 

Grafico 3

Ripartizione salari-profitto e realizzazione

 

Ma questo modo di ristabilimento del tasso di profitto pone immediatamente un problema di realizzazione: a chi vendere le merci se la domanda dei salariati cresce meno velocemente della produzione? Sottolineiamo di passaggio che questa problematica non ha niente di «keynesiano»: l’obbligo di realizzazione fa parte delle contraddizioni essenziali del capitalismo. Il capitalismo neoliberista ha saputo darvi delle risposte di natura diversa da quelle del capitalismo fordista. Il consumo è effettivamente cresciuto più velocemente dei salari, compensando abbastanza esattamente lo spostamento della ripartizione salari-profitto, come mostra l’indicatore Consumo/salari).

Questo risultato si è potuto ottenere grazie al consumo dei ricchi e al superindebitamento delle famiglie (indicatore Indebitamento delle famiglie). La forte progressione dei redditi finanziari (Vedere l’indicatore Borsa) ha condotto a una ripartizione dei redditi sempre più ineguale (Vedere l’indicatore Ineguaglianze). Tutte le curve corrispondenti sono in fase, poiché riflettono una configurazione che risponde in modo coerente all’obbligo di realizzazione. Un corollario è che l’aumento delle ineguaglianze è perfettamente funzionale. Di conseguenza, sarebbe vano volerle ridurre, se si mantiene una ripartizione del valore aggiunto sfavorevole ai salariati dalla quale si deduce tutto il resto.

La configurazione dell’economia mondiale

Il secondo supporto del modello neoliberista è la crescita a credito di un certo numero di paesi, in particolare degli Stati Uniti. Tra il 1980 e il 2002, il PIL degli Stati Uniti pesa per un po’ più del 21% del PIL mondiale. In seguito, scende fino al 19% nel 2007, principalmente a vantaggio dei paesi emergenti. Il suo modello di crescita è basato su un sovraconsumo interno, che induce un deficit estero crescente, coperto da entrate di capitali. Il tasso di risparmio delle famiglie diminuisce regolarmente a partire dal 1980 per annullarsi praticamente alla vigilia della crisi. Si ritrova questo movimento sotto forma di un aumento regolare dell’indicatore del sovra consumo (grafico 4). La curva del deficit evolve secondo un parallelismo sorprendente. Il bisogno crescente di finanziamento degli Stati Uniti è il principale motore del’aggravamento degli squilibri mondiali. Il relativo indicatore misura il volume degli attivi e dei deficit esteri totali dei principali paesi: anche questo aumenta in modo accelerato a partire dalla metà degli anni 1990. Infine, l’indicatore della mondializzazione finanziaria, misurata dal rapporto tra gli averi esteri totali e il PIL mondiale, registra anch’esso una flessione verso l’alto.

 

Grafico 4

Configurazione dell’economia mondiale

 

 

Il ruolo della finanza e la coerenza instabile del modello neoliberista

La finanza ha svolto un ruolo centrale nella capacità di questo modello di riprodursi nel tempo e di durare quasi tre decenni. In effetti è la finanziarizzazione che ha permesso il trasferimento di redditi e capitali che hanno assicurato una certa coerenza d’insieme al modello neoliberista. Poiché tutte le curve non potevano salire indefinitamente, una di esse doveva finire per scontrarsi con i limiti della loro progressione. La rottura sarebbe potuta avvenire, come si pensava, dal lato del finanziamento del deficit degli Stati Uniti. Invece lo choc iniziale è venuto dal mercato, in definitiva limitato, dei subprimes, per poi allargarsi all’insieme del sistema finanziario e bancario. Da un punto vista teorico, si potrebbe parlare di una esplosione di «capitale fittizio»: i titoli finanziari, il cui valore nominale non ha smesso di aumentare, sono in fondo dei diritti virtuali di prelievo sul plusvalore. La crisi si scatena quando una parte di tali diritti di prelievo perdono la loro sostanza perché il loro montante è del tutto sproporzionato rispetto al plusvalore effettivamente creato. Non si tratta però di una crisi finanziaria, ma di una crisi d’insieme del modello neoliberista, che si scontra con l’impossibilità di estrarre tutto il plusvalore preteso dal capitale finanziario.

Questa crisi, che non si chiuderà tanto presto, si può in fondo sintetizzare così: il capitalismo neoliberista si è sviluppato accumulando una massa ingente di debiti. Il salvataggio delle banche da parte dei poteri pubblici ha trasferito una parte dei debiti privati ai debiti pubblici, senza che alle banche sia stata imposta alcuna condizione. Eppure era una bella occasione per regolamentare a caldo il sistema finanziario. Oggi, negli Stati Uniti come in Europa, la prospettiva imposta dalla finanza è una politica di austerità che porterà in definitiva a fare sostenere le perdite potenziali dai popoli. L’austerità è in fondo una violenza esercitata per convalidare i diritti di prelievo sul plusvalore ai quali il Capitale si rifiuta di rinunciare.

Oggi il sistema è bloccato perché la sua «coerenza instabile» è stata profondamente scossa. Il progetto dei dominanti, consistente nel ritornare al business as usual[andamento normale degli affari] anteriore viene a scontrarsi con quattro contraddizioni che si potevano identificare già due anni fa. 9 Possiamo riprenderle rapidamente attualizzando il loro sviluppo.

La ripartizione: il tasso di margine, in altri termini la parte dei profitti nel valore aggiunto, ha praticamente ritrovato il suo livello di prima della crisi negli Stati Uniti. Anche in Europa il ristabilimento si è avviato, ma a un ritmo meno sostenuto. Questo risultato è ottenuto con la combinazione di forti aumenti di produttività con il congelamento o anche la diminuzione dei salari, in un contesto di disoccupazione di massa. Negli Stati Uniti, la ripresa, che sta abortendo, ha creato pochi posti di lavoro, e il tasso di disoccupazione resta elevato. Questa ripresa senza occupazione (jobless recovery) è inedita se si confronta questa recessione con le precedenti. 10 Questo brutale ristabilimento del profitto porta già fin da ora a un blocco della crescita, che potrebbe trasformarsi in una nuova recessione e fare nuovamente cadere i profitti. È il primo dilemma che il capitalismo si trova oggi di fronte. È meno spettacolare della crisi del debito, ma è la base sulla quale quest’ultima si sviluppa.

La mondializzazione fa apparire un nuovo dilemma che si può così riassumere: il riassorbimento degli squilibri mondiali si può fare solo al prezzo di un rallentamento della crescita negli Stati Uniti, e per estensione nell’insieme dei vecchi paesi capitalisti. Da questo punto di vista colpisce che un recente rapporto dell’ONU noti che «la ripresa mondiale è stata frenata dalle economie sviluppate» e sottolinei il rischio «di un riequilibrio non coordinato dell’economia mondiale ». 11

Negli Stati Uniti, il tasso di risparmio delle famiglie ha smesso di diminuire ed è persino salito di quattro punti dall’inizio della crisi. L’effetto sul saldo commerciale è stato immediato e praticamente dello stesso ordine. A prima vista è una buona cosa, poiché implica un minore ricorso dell’economia degli Stati Uniti ai capitali stranieri. Ma allora, la contraddizione è la seguente: poiché la diminuzione del tasso di risparmio è stata uno dei motori della crescita negli Stati Uniti, il fatto che ora aumenti significa che agirà in senso contrario.

La politica di bilancio introduce un terzo dilemma, la cui formulazione è molto semplice: il riassorbimento dei deficit implica una riduzione delle spese pubbliche che, senza parlare degli effetti sociali, non può che aggravare le tendenze recessive: «L’austerità di bilancio rischierebbe di decelerare ancor più la ripresa», nota il già citato rapporto dell’ONU. Questa contraddizione è esacerbata dalla crisi dei debiti sovrani e pone le classi dirigenti davanti a quello che si potrebbe chiamare il dilemma europeo. Il triplice rifiuto, di una mutualizzazione [=messa in comune] dei debiti pubblici, di un reale contributo delle banche, e di un messa in regola della finanza, non permette di escludere un’esplosione della zona euro, in seguito a insolvenze catena.

Questi quattro «dilemmi» sono strettamente connessi, e disegnano una «regolazione caotica» del capitalismo, durevolmente incapace di trovare una traiettoria di uscita dalla crisi compatibile con interessi profondamente contraddittori. Alla fine tutto si riduce a questa duplice constatazione: da una parte, elementi essenziali del modello neoliberista sono rimessi in discussione e rendono impossibile ritrovare la sua coerenza. In particolare la crescita basata sull’indebitamento dei privati o dei paesi (attraverso il loro deficit estero) non è più possibile. Al contrario, ed è la seconda constatazione, il cumulo dei debiti pesa su qualsiasi possibilità di ripresa. Si potrebbe utilizzare qui la metafora dell’inerzia termica di un materiale, che misura il tempo necessario per tornare alla temperatura iniziale. Il capitalismo è un materiale inerte nel senso che si rifiuta di annullare questa montagna di debiti: di conseguenza occorrerebbe, per riassorbire i debiti, tanto tempo quanto ne hanno impiegato per accumularsi, il che vuol dire una buona decina di anni di austerità

 

La crisi di governanza della borghesia in Europa

La crisi è venuta a rivelare brutalmente le incoerenze specifiche del modello neoliberista europeo. Al di là dei rattoppi giorno per giorno l’Europa è a un bivio: o un passo avanti verso un federalismo che permetta nell’immediato di mutualizzare i debiti, o l’esplosione della zona euro. Poiché le borghesie europee non sono disposte ad assumere l’una o l’altra di queste soluzioni, ne deriva una crisi duratura. È tanto più vero in quanto non si può realmente parlare di una borghesia europea unificata, poiché non esistono né capitale europeo, né Stato europeo.

Bisogna distinguere, per semplificare, quattro «attori»: i grandi gruppi transnazionali, le banche, la finanza e i rappresentanti governativi delle classi dominanti. Su tutta una serie di questioni esiste evidentemente un accordo profondo quando si tratta degli interessi essenziali di classe: nell’attuale congiuntura, la prospettiva comune consiste nel capovolgere la situazione approfittando della crisi per applicare una terapia d’urto. La crisi è l’occasione per procedere ancor più nella regressione sociale: diminuzione delle spese pubbliche, congelamento dei salari, controriforme delle pensioni, ecc.

Ma questa comunità d’intenti non impedisce che sia sottoposta a tensioni interne accentuate dalla crisi. Queste si possono analizzare secondo due assi che oppongono, da una parte gli Stati ai capitali e dall’altra la finanza alle altre frazioni del capitale. La situazione attuale è segnata, dal punto di vista delle classi dominanti, da un’incapacità crescente a gestire queste contraddizioni.

La crisi dei debiti sovrani è il rivelatore della prima contraddizione. Il capitale in generale si preoccupa sempre meno della congiuntura di un dato paese, poiché la sua preoccupazione dominante è per la propria redditività e le proprie parti di mercato. Ora, né gli sbocchi né le catene di produzione legano i gruppi transnazionali a un territorio particolare, anche se, in caso di difficoltà, si rivolgono al loro Stato di riferimento. Nel capitalismo mondializzato, il ruolo dello Stato si riduce sempre più ad assicurare le condizioni generali della redditività. Così, Carlos Ghosn, l’AD della Renault, può dichiarare al Financial Times (2 giugno 2010) che «Renault non è più un costruttore francese», ma sfuma immediatamente l’affermazione ricordando che «Renault è francese, Renault ha la sua base in Francia» (Europe 1, 13 giugno 2010). 12 E, in effetti, è lo Stato francese che ha anticipato ai suoi costruttori automobilistici i fondi necessari quando erano in una situazione difficile. Non siamo dunque più nel capitalismo mondiale descritto quasi un scolo fa da Bucharin, 13 quando era possibile sovrapporre la carta geografica degli Stati a quella dei capitali.

La grande novità è che l’orizzonte dei gruppi transnazionali è mondiale e non si limita allo spazio nazionale e nemmeno europeo. Bucharin parlava a quel tempo di un «protezionismo superiore» che era per lui «la formula statale della politica economica dei cartelli». Le cose sono cambiate e non possiamo rimproverarci di non avere anticipato le trasformazioni del capitalismo. Non è lo stesso per i sostenitori della «demondializzazione» che propongono un protezionismo commerciale come se la mondializzazione produttiva non esistesse. Questa nuova situazione crea un’asimmetria profonda: gli Stati sono al servizio dei «loro» capitali, ma questi si sono liberati della necessità di un mercato interno dinamico. Durante questo tempo, gli Stati devono malgrado tutto continuare a gestire i rapporti di classe all’interno di ogni paese. In particolare tocca a loro la responsabilità di far pagare la crisi ai propri cittadini.

La seconda contraddizione oppone la finanza alle banche e agli Stati. Si esprime oggi con una forza particolare quando la finanza specula contro i debiti sovrani e rischia, di rimbalzo, di portare al fallimento le banche, dato che queste detengono una grande parte di tali debiti. I contorni tra i tre attori (banche, finanze, Stati) sono evidentemente fluidi e soprattutto di una grande opacità. Ma proprio questi conflitti di interessi sono all’origine di una situazione estremamente instabile. I dibattiti che si svolgono tra le borghesie europee illustrano questa crisi profonda della «governanza» borghese, che proviene dal timore, anche da l panico, di fronte alle possibili ripercussioni di un mancato pagamento del debito greco. Era tuttavia inevitabile e prevedibile, e niente indica che l’accordo di ottobre 2011 avrà una durata di vita più lunga dei precedenti. I governi europei continueranno dunque a navigare a vista tra due obiettivi contraddittori: fare pagare il conto della crisi ai propri popoli e evitare la ricaduta nella recessione.

 

Dalla crisi di regolazione alla crisi sistemica

Almeno in un primo tempo, la crisi ha dato una nuova giovinezza alle tematiche socialdemocratiche: keynesismo, regolazione della finanza, delle banche e del capitalismo in generale, ritorno dell’intervento dello Stato, ruolo dello Stato nell’ammortizzare la crisi, appello a una più grande giustizia nella ripartizione dei redditi e nella fiscalità, ecc.  La crisi sembrava aprire un grande spazio alla socialdemocrazia, ed è importante sapere perché il suo spazio politico non si è allargato, sempre che non si sia ristretto.

Anche la socialdemocrazia europea è stata sottoposta a stress test e non ha superato molto bene la prova. Il prototipo è Papandreu, il primo ministro socialista greco, che ha affrontato la crisi in modo assolutamente pietoso. Avrebbe potuto ingaggiare un braccio di ferro dicendo: «la Grecia non può pagare, dunque bisogna discutere». È quanto aveva fatto l’Argentina sospendendo il suo debito nel 2001 e ottenendo di rinegoziarlo. Ma Papandreu, al contrario, si è letteralmente prostrato e ha accettato senza discutere tutte le esigenze della «troika» (BCE, FMI, Unione Europea).

In Francia, i due principali candidati alla candidatura per il PS si sono allineati sull’austerità. François Hollande lo fa molto chiaramente: «bisogna riequilibrare i nostri conti pubblici dal 2013 (…) Non lo dico per cedere a non so quale pressione dei mercati o delle agenzie di valutazione [rating] ma perché è la condizione affinché il nostro paese ritrovi la fiducia in sé stesso». Martine Aubry segue le sue orme e si impegna anch’essa sul «3% nel 2013, poiché è la regola oggi». 14

Questa terribile formula («poiché è la regola oggi») la dice lunga e dà la chiave del vicolo cieco nel quale si trova la socialdemocrazia e che si può riassumere così: qualsiasi programma autenticamente socialdemocratico implicherebbe un grado elevato di scontro con la borghesia che la socialdemocrazia non è disposta ad assumere. La realtà attuale è che qualsiasi soluzione progressista alla crisi suppone uno scontro diretto con la logica del Capitale, dunque un livello molto elevato di conflittualità. Gli esempi che abbiamo ricordato mostrano in fondo che, al di qua di una soglia minima di radicalità, che si rifiutano di toccare, i programmi socialdemocratici si distinguono solo marginalmente dalla logica neoliberista. Non hanno preso la misura della crisi.

Il quadro di analisi precedente permette di capire perché la crisi di regolazione del capitalismo neoliberista si sta trasformando in crisi sistemica: ciò che è orami in discussione è il modo capitalista di soddisfazione dei bisogni sociali. Si è visto che il capitalismo poteva rivestire due forme opposte in funzione dell’uso che fa degli aumenti di produttività. Se li ridistribuisce ai salariati, si ha un capitalismo regolato il cui prototipo è il periodo dei Trenta gloriosi. Se, al contrario, tende a conservarli sotto forma di rendite, si ha allora un capitalismo deregolato di cui il capitalismo neoliberista è un perfetto esempio. Con la crisi attuale, il capitalismo entra in una specie di vicolo cieco.

Da un lato, il modello neoliberista non può essere rilanciato perché meccanismi essenziali alla sua coerenza sono spezzati. Da un altro lato, ed è un punto decisivo, il ritorno al capitalismo fordista è impossibile allo stato attuale. I rapporti di forza necessari non esistono e la mondializzazione rappresenta un doppio ostacolo: rende impossibile la realizzazione di «compromessi» sulla scala di un solo Stato, ma anche il necessario coordinamento internazionale. Dopo tutto, il capitalismo fordista si è imposto solo dopo il colossale choc di una guerra mondiale e sotto la pressione di rapporti di forza favorevoli ai lavoratori.

Ma c’è una ragione forse più fondamentale per l’impossibilità di una nuova regolazione del capitalismo, ed è la caduta degli aumenti di produttività. La caratteristica molto particolare del capitalismo neoliberista è di essere riuscito a ristabilire il tasso di profitto malgrado un relativo esaurimento degli aumenti di produttività. Non ha più molto da ridistribuire e non ha quindi altro ricorso che un aumento continuo del tasso di sfruttamento. Di conseguenza sta perdendo qualsiasi legittimità poiché rifiuta di soddisfare una parte crescente dei bisogni sociali, dato che questi non sono portatori di aumenti di produttività compensatori. Oggi il capitalismo va a vantaggio solo di una frazione della popolazione. Per il resto (il 99% degli occupanti di Wall Street) non offre che una prospettiva di regressione sociale senza fine. Ecco perché non c’è alternativa, se non quella radicale che mette in discussione le fondamenta stesse del capitalismo.

 

 

Grafico 5

Il peso crescente dei paesi emergenti

 

Questo panorama è tuttavia incompleto: nei paesi emergenti, il capitalismo gode di un dinamismo impressionante. Certo, si tratta di un capitalismo selvaggio, persino barbaro, che evoca quello dell’Inghilterra del XIX secolo. Ma il suo peso nell’economia mondiale è crescente (grafico 5). Nel corso degli ultimi 20 anni (1991-2011) la produzione industriale è aumentata solo del 24% nei paesi avanzati. Nello stesso tempo, quella dei paesi emergenti si è moltiplicata per 3,4 e la loro parte nelle esportazioni industriali mondiali è oggi del 51%. Questo rovesciamento, simboleggiato dall’appello dell’Unione Europea ai fondi cinesi, è senza precedenti nella storia del capitalismo. Apre un nuovo periodo, carico di incertezze, e anche per questo una parte delle analisi presentate sopra vale in realtà solo per i paesi cosiddetti avanzati. Si può immaginare, ad esempio, che il capitalismo mondiale si ricentri sui paesi emergenti, o che si frazioni. Ma nei due casi, la sua perpetuazione nei vecchi paesi capitalisti non può fondarsi che sulla regressione e la disgregazione sociale.

 

note:

 

1 Vedi Michel Husson, «L’école de régulation, de Marx à la Fondation Saint-Simon: un aller sans retour?», in J. Bidet et E. Kouvelakis, Dictionnaire Marx contemporain, PUF, 2001, http://hussonet.free.fr/regula99.pdf 

2 Pierre Dockès et Bernard Rosier, Rythmes économiques. Crises et changement social, une perspective historique. La Découverte/Maspéro, 1983

3   Lev Trockij, La courbe du développement capitaliste, 1923. (vedere in internet per l’italiano)

4   Per un panorama sintetico, vedi: Francisco Louça, «Ernest Mandel et la pulsation de l’histoire», 2003, http://gesd.free.fr/chico3.pdf 

5 Ernest Mandel, “Partially Independent Variables and Internal Logic in classical Marxist Economic Analysis”, Social Sciences Information 14(3), 1985,http://gesd.free.fr/mandel85.pdf .  ; Long Waves of Capitalist Development. A Marxist Interpretation, Verso, 1995.

6 Le definizioni precise e le fonti sono date in allegato. Tutte le serie sono state standardizzate, il che spiega l’assenza di unità nei grafici. Le variabili sono «centrate ridotte»: ciascun valore della serie è preso in scarto alla media e diviso per lo scarto tipo.

7 Il tasso di profitto è calcolato sui quattro principali paesi capitalisti: Germania, Stati Uniti, Francia e Regno Unito (vedi allegato).

8 Per ragioni di disponibilità statistica, la produttività (PIL per persona occupata) viene qui approssimata al PIL per abitante. Tale approssimazione non è del tutto soddisfacente ma è sufficiente a delineare le grandi tendenze.

9 Vedere Michel Husson, «Capitalisme: vers une régulation chaotique», septembre 2009, http://hussonet.free.fr/impa9web.pdf 

10 Vedere «Les limites (comptables) du modèle US», note hussonet n° 36, juillet 2011, http://hussonet.free.fr/uslimits.pdf 

11 Situation et perspectives de l’économie mondiale, ONU, 2011,http://tinyurl.com/wesp2011. Le citazioni provengono tutte dal riassunto in francese di questo rapporto.

12 Citato da Claude Jacquin in un articolo notevole: «Crise industrielle: de quoi parle-t-on?», Les Temps Nouveaux  n°3, 2011, http://gesd.free.fr/ltn3cj.pdf  

13 Nicolai Bucharin, L’économie mondiale et l’imperialisme, 1917, extraits:http://tinyurl.com/bouka; Imperialism and World Economy,http://tinyurl.com/bukimp  Ed ital. L’economia mondiale e l’imperialismo, Samonà e Savelli, Roma, 1966

14 Laurent Mauduit, «Adieu Keynes! Vive Raymond Barre!», Mediapart, 19 juiliet 2011, http://gesd.free.fr/krb11.pdf

 

Allegato

Fonti statistiche

Angus Maddison, Statistics on World Population, GDP and Per Capita GDP, 2008,

http://gesd.free.fr/amaddi.xls

Ameco, data base della Commissione europea, http://tinyurl.com/AMECO11

Borsa : indice Dow Jones deflazionato del prezzo del PIL degli Stati-Uniti,http://www.djaverages.com/

Consumi/salari : rapporto consumi privati/salari, Stati-Uniti + Unione Europea a 15.

Fonte : Commissione europea, data base Ameco, http://tinyurl.com/AMECO11

Deficit USA : deficit corrente in % del PIL. Fonte : Bureau of Economic Analysis

Indebitamento USA : tasso di indebitamento delle famiglie negli Stati-Uniti. Fonte : Federal Reserve, Flow of funds, http://tinyurl.com/FlowFund

Indicatore sintetico : media aritmetica degli indicatori.

Ineguaglianze : parte dell’1% più ricco (8 paesi). Fonte : Anthony B. Atkinson, Thomas Piketty & Emmanuel Saez, Top Incomes In The Long Run Of History,

NBER Working Paper 15408, October 2009,http://gesd.free.fr/aps2009.xls

Mondializzazione finanziaria : rapporto degli averi esteri totali al PIL mondiale. Fonte : Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan, « Imperialism and Financialism. A Story of a Nexus », Settembre 2010, http://bnarchives.yorku.ca/294/

Parte dei profitti G4 : parte dei profitti nel valore aggiunto (4 paesi). Fonte : Commissione europea, data base Ameco, http://tinyurl.com/AMECO11

Sovraconsumo USA: propensione a consumare delle famiglie. Fonte : Bureau of Economic Analysis

Tasso di profitto : media di 4 paesi (Stati-Uniti, Germania, Francia, Regno-Unito). Fonte : Michel Husson, « Le débat sur le taux de profit », Inprecor n°562-563, juin-juillet 2010, http://hussonet.free.fr/debaprof.pdf

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