Per rispondere a questa domanda mi avvalgo del prezioso contributo del docente universitario ed economista Serge Latouche, Secondo lui i governi europei sono post democrazie dominate dai media e dalla finanza. Il social-liberismo in cui ci vogliono far credere è in realtà un ossimoro: il liberismo non è per niente sociale. La crisi potrebbe segnare la fine del capitalismo per come lo conosciamo, a vantaggio di una forma di fascismo che consenta ai ceti alti di mantenere il loro tenore di vita.CANCELLARE L’IMMAGINARIO SVILUPPISTA E DECOLONIZZARE LE MENTI Di fronte a una globalizzazione che rappresenta il trionfo planetario del tutto-è-mercato, bisogna concepire e promuovere una società nella quale i valori economici smettano di essere centrali (o unici). L’economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa corsa folle verso consumi sempre crescenti. Ciò non è solamente necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per far uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di una vera e propria decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomizzazione delle menti, necessario per cambiare veramente il mondo prima che il degrado dell’ambiente e della società ci condanni al dolore. Bisogna iniziare a vedere le cose altrimenti perché possano divenire altre, per concepire soluzioni veramente originali e innovatrici.
Si tratta di mettere al centro della nostra vita significati e ragioni d’essere diversi dall’espansione della produzione e del consumo. La parola d’ordine della rete è dunque “resistenza e dissidenza”. Resistenza e dissidenza con la testa, ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come attitudine mentale di rifiuto e come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come attitudine concreta per tutte le forme di auto-organizzazione alternativa. Ciò significa partecipare alla concezione e alla creazione di società conviviali. Ma questo implica in primo luogo il rifiuto della complicità e della collaborazione con questa impresa di lavaggio del cervello e di distruzione planetaria che costituisce l’ideologia dello sviluppo. MIRAGGI E ROVINE DELLO SVILUPPO La globalizzazione attuale ci mostra ciò che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere. È lo stadio ultimo dello sviluppo realmente esistente e contemporaneamente la negazione della sua concezione mitica. Se lo sviluppo, effettivamente, non è stato altro che la prosecuzione della colonizzazione con altri mezzi, la nuova globalizzazione, a sua volta, non è che la prosecuzione dello sviluppo con altri mezzi. Conviene dunque distinguere lo sviluppo come mito e lo sviluppo come realtà storica. Si può definire lo sviluppo realmente esistente come un’impresa volta a trasformare in merce i rapporti degli uomini tra loro e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e umane. Progetto aggressivo verso la natura e verso i popoli, è, come la colonizzazione che lo precede e la globalizzazione che lo segue, un’opera al tempo stesso economica e militare di conquista e di dominio. È lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da tre secoli, a generare la maggior parte degli attuali problemi sociali e ambientali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, varie forme di inquinamento ecc. Quanto al concetto mitico di sviluppo, si articola in un dilemma. I casi sono due. Se la parola “sviluppo” designa tutto e il contrario di tutto, in particolare l’insieme delle esperienze storiche e culturali dell’umanità, dalla Cina degli Han all’impero Inca, allora non designa nulla in particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica e sarebbe meglio sbarazzarsene. Se invece la parola possiede un contenuto proprio, questo è necessariamente collegato con l’avventura del decollo (take-off) dell’economia iniziato con la rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-80; allora, qualunque sia l’aggettivo che si affianchi al termine “sviluppo”, il suo contenuto implicito o esplicito è la crescita economica, l’accumulazione del capitale con tutti gli effetti positivi e negativi che ad essa si riconoscono. Dunque il nocciolo duro che tutti gli sviluppi hanno in comune con questa esperienza è legato a rapporti sociali molto particolari: quelli del modo di produzione capitalista. Gli antagonismi di “classe” sono largamente occultati dalla pregnanza dei “valori” comuni più o meno condivisi da tutti: il progresso, l’universalismo, il controllo sulla natura, la razionalità quantificatrice. Ma questi valori sui quali riposa lo sviluppo, e in particolare il progresso, non corrispondono affatto ad aspirazioni universali profonde: sono legati alla storia dell’Occidente e raccolgono un’eco limitata nelle altre società. All’infuori dei miti che la fondano, l’idea di sviluppo è totalmente priva di senso, e le pratiche che le sono legate sono rigorosamente impossibili perché impensabili e vietate dalle culture locali. Oggi questi valori occidentali devono essere rimessi in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo ed evitare le catastrofi verso le quali l’economia mondiale ci sta trascinando. Il post-sviluppo è contemporaneamente post-capitalismo e post-modernismo.
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